IL SIMBOLISMO DE “LA STORIA INFINITA”

La storia infinita (Die unendliche Geschichte) è un immortale capolavoro letterario e cinematografico della fine del XX secolo che ha fatto sognare un’intera generazione di bambini e adolescenti.

LA STORIA INFINITA

Scritta nel 1979 dall’autore tedesco Michael Ende, l’opera è stata resa celebre dall’omonimo film tedesco-americano del 1984 diretto da Wolfgang Petersen, e dai due sequel statunitensi che vi sono stati tratti, anche se assai meno fortunati del primo film.

(Si consiglia di andare alla pagina dedicata a LA STORIA INFINITA per avere informazioni riguardo alla trama, nozione fondamentale per comprendere gli argomenti trattati in questa pagina).

Per spiegare il grande successo della storia, sia tra i bambini che tra gli adulti, negli anni molti appassionati e critici cinematografici hanno proposto che all’interno della trama del film potrebbero essere racchiusi alcuni significati nascosti, un affascinante simbolismo percepito unicamente dal nostro inconscio, il quale evoca concetti molto più profondi di quanto apparentemente non sembri attraverso una prima lettura del libro o una prima visione della pellicola: da chi ha visto nelle vicende del protagonista Atreyu l’allegoria dell’ “illuminato” che deve affrontare svariate prove prima di giungere alla “rivelazione”, a chi addirittura considera Atreyu come un “novello Gesù Cristo” che lotta per sconfiggere il peccato sotto forma de “Il Nulla”.

Certo è che, per la sua trama così complessa e affascinante, la storia si presta a svariate interpretazioni, vere o frutto dell’immaginazione che siano. Tali riferimenti sono però molto più palesi all’interno del primo film che non nel romanzo, la cui trama molto più ricca e fantasiosa rivela una maggiore originalità.

Un’ipotesi è ad esempio che i personaggi del primo film, così come vengono rappresentati, traggano spunto da personaggi della mitologia tedesca, vista la “sospetta” analogia con alcune divinità nordiche descritte anche nella sezione del blog ODINO E GLI DEI GERMANICI. Questi riferimenti, voluti o meno dal regista tedesco Wolfgang Petersen, possono essere il frutto di un condizionamento inconscio da parte degli ancestrali miti che arricchiscono il patrimonio culturale dei popoli del nord Europa da tempi immemorabili, e ormai radicati nella mentalità germanica.

L’analogia più sospetta è sicuramente quella tra il lupo Gmork e il mitologico lupo Fenrir, l’uccisore di Odino: Fenrir viene descritto nella mitologia tedesca come un lupo nero gigantesco dotato di giudizio e di parola, che in un famoso episodio leggendario si scontra con il dio Tyr (o Týr), uno di figli di Odino, dal quale viene sconfitto causando però alla divinità la perdita del braccio destro. Successivamente, l’orrenda creatura viene legata a uno scoglio situato nelle profondità della terra, con una lancia tra i denti per non nuocere più agli dèi, dimenando le fauci invano per potersene liberare. Tutto questo ricorda molto da vicino lo scontro tra Atreyu e Gmork, anch’esso gigantesco lupo nero parlante che si batte con il guerriero in un duello all’ultimo sangue dal quale esce sconfitto. Inspiegabili sono le smorfie compiute da Gmork all’interno del film, durante un significativo dialogo con Atreyu, ma potrebbero trovare risposta attraverso l’analogia con Fenrir che dimena costantemente le fauci per togliersi la lancia dalla bocca. Questo creerebbe inoltre un parallelo tra Atreyu e il dio Tyr, la divinità della guerra e della giustizia secondo la mitologia scandinavo-germanica. In effetti, sebbene Atreyu venga detto essere un guerriero nativo americano, il suo personaggio presenta alcune sospette affinità con il mitologico guerriero, anch’esso cacciatore come il giovane pellerossa: nel film, sebbene si menzioni la caccia al “bufalo purpureo” praticata dalla tribù indiana di Atreyu, l’unico episodio in cui il ragazzino dà veramente prova delle sue abilità di cacciatore è nel momento in cui uccide il lupo Gmork, presentando una stretta somiglianza con Tyr che era appunto un cacciatore di lupi. Durante il combattimento, inoltre, Atreyu getta spontaneamente la sfida a Gmork decidendo di sacrificarsi per il bene del suo regno di Fantàsia, proprio come Tyr, che nel mito dona un braccio alla bestia perché venga imprigionata una volta per tutte.

IL LUPO FENRIR
Tratto da: “The binding of Fenris” by D. Hardy. Immagine di pubblico dominio.

Tyr veniva chiamato “il dio rassegnato” poiché scettico riguardo al senso di giustizia degli uomini. In effetti, nella trama del film Atreyu si mostra rassegnato in tre occasioni diverse (dopo il dialogo con Morla l’essere millenario, dopo la perdita dell’Auryn nell’oceano e dopo la distruzione di Fantàsia alla fine del film), evocando lo stesso atteggiamento del dio Tyr.

Questa divinità era inoltre spesso accompagnata dal dio Ullr (o Ull), arciere proprio come Atreyu. Questo personaggio leggendario potrebbe anch’esso aver contribuito alla creazione del protagonista del film, infatti, come dai nomi di Tyr e Ullr è derivato il nome della regione austriaca “Tirolo” (Tirol),  dalla storpiatura di quegli stessi nomi potrebbe essere derivato quello di “Atreyu”. Oppure questo nome potrebbe originare più propriamente dalla mitologica classica, e cioè dal leggendario personaggio di Atreo padre di Agamennone e Menelao: questi, infatti, divenne re di Micene attraverso il consiglio di un oracolo, figura che compare sia nel libro che nel film de “La storia infinita“.

IL DIO TYR
Il dio Tyr in un disegno tratto da un manoscritto islandese del XIII secolo.

Il dio Ullr, divinità invernale, potrebbe avere ispirato l’episodio della prova dello specchio, in cui Atreyu deve riuscire a guardare l’immagine del proprio vero “io” senza rimanerne scioccato: anche in questa occasione, infatti, esiste un particolare inspiegabile, ovvero l’ambientazione della prova nel bel mezzo di una tormenta di neve. Questa scelta potrebbe evocare la Montagna Vagante descritta nel libro di Michael Ende, dove è presente uno specchio di cristallo (analogia con il ghiaccio, da cui lo specchio è circondato nel film) da cui si possono vedere tutte le vicende del mondo; oppure può essere spiegata attraverso l’analogia con Ullr, il dio dell’inverno e della neve secondo la mitologia tedesca.

Ma i riferimenti non si limitano ai miti e alle leggende germaniche: l’episodio di Morla, la tartaruga gigante il cui guscio è tale da sembrare una montagna, presenta una fortissima analogia con un episodio della letteratura russa descritto da Aleksandr Sergeevič Puškin nel suo poema epico “Ruslan e Ljudmila” del 1820, anch’esso basato sulle antiche leggende e sulle saghe del nord Europa. Nel romanzo, il cavaliere Ruslan si imbatte in una montagna gigantesca che altro non è che la testa di un gigante che soffia e starnutisce facendolo volare via ogni volta. Questa testa, inoltre, si diverte a sbeffeggiare Ruslan fin quando l’eroe non prende il sopravvento con la violenza. Nell’episodio del film, Atreyu si imbatte appunto in Morla, la tartaruga gigante che starnutisce in continuazione facendolo balzare via proprio come il Ruslan. La tartaruga presenta inoltre un atteggiamento sempre canzonatorio nei confronti del ragazzo, altra analogia con l’episodio del romanzo russo.

L'”imperatrice bambina” potrebbe invece essere derivata da Freya, divinità scandinavo-germanica della bellezza e dell’amore. Anche Freya possiede infatti una splendida collana di nome Brisingamen, così come l’imperatrice possiede l’Auryn che le viene restituito da Atreyu dopo mille disavventure. Questo episodio del libro ricorda la restituzione di Brisingamen a Freya da parte di Heimdallr dopo che il ciondolo le era stata sottratto da Loki. Nella mitologia tedesca, lo scontro tra Heimdallr e Loki per la restituzione di Brisingamen si svolge nelle profondità di un fiume, proprio come l’Auryn viene perduto da Atreyu nell’oceano e poi recuperato dal Fortunadrago Falcor.

“Sospetto” è inoltre il fatto che l’imperatrice sia appunto una bambina, proprio come Freya all’epoca in cui lei e suo fratello Frey si racconta che vennero ad abitare presso il palazzo di Odino. Secondo una versione del mito, Freya sarebbe inoltre la moglie del re degli dèi, sposata da Odino appunto quando era ancora bambina.

Nel film è presente anche un’altra allusione a Freya, per il fatto che l’imperatrice bambina dorme su un letto a forma di conchiglia: questo evoca le origini della dea, che è per l’appunto figlia del dio del mare.

Una grande importanza è rivestita inoltre dalla lacrime di Freya, talvolta identificata con la dea Frigg da cui è derivato il verbo “frignare”: si diceva infatti che le sue lacrime fossero dorate, e in una scena del film è possibile vedere appunto grosse lacrime sgorgare dagli occhi dell’imperatrice che ricordano le raffigurazioni della dea. In più Frigg, con cui viene identificata Freya, possiede il dono della veggenza proprio come l’imperatrice bambina.

LA DEA FREYA
“Freya”, dipinto di Nils Blommér del 1852.

Infine il cavallo bianco di Atreyu, Artax, rievoca Sleipnir, il cavallo bianco di Odino, il cui nome significa “colui che scivola rapidamente”, proprio come Artax scivola all’interno delle sabbie mobili in quella che è la scena più drammatica di tutto il film.

Sebbene appartenesse a Odino, Sleipnir veniva spesso ceduto dal dio ai suoi figli, e l’episodio di Atreyu che insieme ad Artax attraversa la lugubre Palude della Tristezza potrebbe ricordare il mito di Hermod, figlio di Odino come Tyr, che in sella al destriero giunse nel lugubre regno di Hel, l’ oltretomba, per riportare in vita Balder e sua moglie Nanna. Nel film, invece di riportare in vita Balder, Atreyu tenta di salvare dalla morte l’imperatrice bambina, la cui dimora è la Torre d’Avorio (Elfenbeinturm) che ricorda moltissimo Breidablik, il mitologico palazzo di luce in cui Balder risiedeva.

Naturalmente, si tratta solo di supposizioni, prive di fondamento. L’interpretazione soprastante costituisce solamente una delle tante chiavi di lettura che negli anni sono state date al capolavoro cinematografico. Ad ogni modo, il film ed il libro a cui quest’ultimo si ispira, restano due pietre miliari della cultura tedesca e internazionale, degne di essere ricordate per la loro bellezza e per le grandissime emozioni che hanno saputo suscitare nei decenni in grandi e piccini.

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