LA RIVOLTA DEL GHETTO DI VARSAVIA

Pagina dedicata a un importante evento storico che ebbe luogo nel 1943 all’interno del ghetto di Varsavia, in Polonia, durante la Seconda Guerra Mondiale (1939 – 1945). Onde avere maggiori informazioni sugli argomenti spiegati in questa pagina, si considera di visitare anche le pagine dedicata a IL NAZISMO e a LA SECONDA GUERRA MONDIALE.

La rivolta del ghetto di Varsavia (in tedesco: Aufstand im Warschauer Ghetto) fu un importante evento storico che ebbe luogo durante la Seconda Guerra Mondiale, e più precisamente dal 19 aprile al 16 maggio 1943.

Immagine simbolo della rivolta del ghetto di Varsavia.

Nel 1939, e cioè poco dopo lo scoppio del conflitto armato, Germania e Unione Sovietica si erano spartite il territorio della Polonia dopo l’occupazione militare avvenuta nel mese di settembre. L’occupazione del territorio polacco cominciò il 1° settembre per la Germania e il 17 settembre per l’URSS, mentre la spartizione ebbe luogo nella seconda settimana di ottobre. Questo evento è ricordato come Quarta spartizione della Polonia, poiché fu successivo alle tre spartizioni che erano avvenute nel Settecento tra Austria, Russia e Prussia (vai alla pagina sulla SPARTIZIONE DELLA POLONIA per saperne di più).

Dopo la Campagna di Polonia (ovvero la campagna intrapresa per la sua occupazione), l’Unione Sovietica si impossessò di più della metà del territorio polacco, mentre la Germania si impadronì della zona restante, più occidentale, che venne trasformata in un Governatorato Generale con capitale Cracovia. L’ex-capitale polacca, Varsavia, entrò a far parte dei confini tedeschi, ma perse il suo ruolo di capitale plurisecolare perché venisse distrutta l’identità nazionale del Paese e non venisse tentata un’insurrezione.

. Il 26 ottobre 1939 fu nominato governatore generale Hans Frank, il quale decise per la costruzione di ghetti ebraici in tutta la zona di dominio tedesco al fine di separare la popolazione locale giudea da quella cristiana. Il governatore non avrebbe avuto diretto controllo sui ghetti, ma ciascuno di loro si sarebbe autogestito attraverso un consiglio cittadino detto Consiglio Ebraico (Judenrat), i cui rappresentanti si sarebbero fatti portavoce della popolazione con le autorità tedesche.

Il ghetto di Varsavia fu in assoluto il più grande dei ghetti ebraici (Jüdische Wohnbezirke) costruiti dai nazisti. Nato il 16 ottobre 1940, nel ’42 arrivò ad ospitare circa 500.000 persone di fede ebraica all’interno di uno spazio estremamente limitato, dove la sovrappopolazione e la scarsità di cibo causavano non di rado dei decessi anche tra la gioventù.

Il 20 gennaio 1942 si tenne la conferenza di Wannsee (così chiamata dal nome del fiume presso Berlino dove si svolse) per decidere come agire con il sovrappopolamento dei ghetti e delle carceri militari. Fu in quell’occasione che si decise di trasformare in campi di sterminio i campi di concentramento dei prigionieri di guerra, e di costruirne di nuovi per eliminare il sovraffollamento. I giovani uomini, tuttavia, sarebbero stati trasferiti in campi di lavoro forzato piuttosto che in campi di sterminio, perché le industrie belliche potessero usufruire di manodopera per costruire i carri armati. Questa decisione è conosciuta storicamente come “Soluzione finale della questione ebraica” (Endlösung der Judenfrage), termine che era già in uso dal ’40 per indicare le deportazioni nei campi di concentramento della popolazione ebraica al fine di allontanarla dal territorio del Reich.

Una delle zone vittima di deportazione nei campi sterminio fu proprio il sovrappopolato ghetto di Varsavia, che tra il 23 luglio e il 21 settembre 1942 vide ridurre la sua popolazione del 14% (da 500.000 a 70.000 abitanti). Le deportazioni avvennero durante l’estate con l’intento di trasferire parte della popolazione nei campi di sterminio e parte nei campi di lavoro. Le maggiori deportazioni, tuttavia, avvennero nel campo di sterminio di Treblinka, nella Polonia orientale.

Dopo alcuni mesi di tregua, nel gennaio del 1943 le autorità naziste tornarono nel ghetto per deportare altre migliaia di abitanti. Fu in quell’occasione che la popolazione locale decise di insorgere per ribellarsi all’autorità nazista che non dava risposte né sulla destinazione delle deportazioni né su quando sarebbero cessate. Il fatto avvenne il 18 gennaio 1943, quando il capo della polizia tedesca, Heinrich Himmler, fece visita al ghetto e ordinò la deportazione di circa 8000 cittadini: alcuni membri della resistenza ebraica comandati da Mordechaj Anielewicz, capo della ŻOB, si infiltrarono tra i deportati e iniziarono a sparare verso le SS, le squadre di protezione del partito nazista.

La ŻOB (in polacco Żydowska Organizacja Bojowa, cioè “Organizzazione ebraica di combattimento”) era il movimento della resistenza ebraica di Varsavia, nato nel 1942 ad opera della popolazione giovanile per opporsi alle decisioni della conferenza di Wannsee e alle deportazioni forzate avvenute durante l’estate di quell’anno.

Mordechaj Anielewicz.

Dopo la rivolta del 18 gennaio 1943, nel ghetto di Varsavia si combatté per 4 giorni ininterrotti, finché il 21 gennaio i tedeschi decisero di sospendere le deportazioni e di ritirarsi. Nei mesi successivi, però, tornarono in più occasioni cercando di convincere la cittadinanza a uscire dai bunker che intanto erano stati costruiti e dentro cui gli ebrei si erano nascosti per non essere trovati dai tedeschi.

Il 19 aprile 1943, alle 6 del mattino, i nazisti tornarono nel ghetto con lo stesso intento, ma vi fu un’altra rivolta da parte della resistenza locale, questa volta molto più cruenta di quella che si era combattuta nel mese di gennaio e conosciuta come “Rivolta del ghetto di Varsavia”. La rivolta, scoppiata alla vigilia della Pasqua ebraica, fu combattuta nuovamente dalle truppe della ŻOB, ancora una volta comandata da Mordechaj Anielewicz, fino al 16 maggio dello stesso anno.

Alla fine, però, furono le SS, comandate da Jürgen Stroop, ad avere la meglio: il ghetto fu completamente distrutto e la sinagoga  di via Tlomacki rasa al suolo. Durante la rivolta, persero la vita circa 13.000 ebrei, mentre il resto della popolazione venne deportata. Mordechaj Anielewicz si suicidò l’8 maggio 1943, prima che i nazisti potessero catturarlo.

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