IL MALVAGIO PIFFERAIO DI HAMELIN

“Il pifferaio di Hamelin”, altrimenti noto come “Il pifferaio magico” (in tedesco: Der Rattenfänger von Hameln, ossia “L’acchiapparatti di Hameln”) è una famosa fiaba dei Fratelli Grimm che venne pubblicata per la prima volta nel 1812 nell’opera “Saghe tedesche” (Deutsche Sagen) col titolo “I bambini di Hamelin” (Die Kinder zu Hameln).

Hamelin (in tedesco “Hameln”) è una città della Bassa Sassonia, in Germania, realmente esistente. E’ il capoluogo del circondario di Hameln-Pyrmont e può fregiarsi del titolo di “Grande città indipendente” (Große selbständige Stadt). Questa cittadina, in stile rinascimentale, costituisce inoltre il maggior esempio dello stile architettonico chiamato “Rinascimento del Weser”, dal nome del fiume che vi scorre.

La favola de “Il pifferaio di Hamelin”, qui ambientata, narra di un pifferaio straniero, vestito di colori sgargianti, che nel ‘200 liberò la popolazione dai topi che infestavano tutte le case (col rischio di causare la peste) per la somma di 1000 monete d’oro (anche se a volte la somma non viene neppure menzionata nel testo). Al suono di un piffero – o flauto – l’uomo condusse i topi lontano dal paese fino a un fiume (verosimilmente il Weser) causandone la morte per annegamento. Poi, tornò in città e pretese il suo compenso; ma la popolazione, assai avara, si rifiutò di dargli quanto dovuto. Per vendicarsi, il pifferaio iniziò a suonare il flauto e condusse stavolta via con sé i bambini del paese. Li portò fin sopra una montagna e li fece passare attraverso una fenditura della roccia che si richiuse al loro passaggio, senza più lasciare traccia di nessuno di loro. L’unico che si salvò fu un bambino zoppo, che per il suo handicap non aveva potuto tenere il passo con gli altri (secondo una primissima versione della storia, si salvarono un bambino cieco, uno muto e uno che era dovuto andare a casa a prendere la giacchetta).

Illustrazione d’epoca che rappresenta il pifferaio come un suonatore di violino.

Quello che molti non sanno è che questa favola, come tante altre dei fratelli Grimm, è ispirata a fatti realmente accaduti e non è frutto di semplice fantasia (si ricorda che Jacob Grimm era uno storico, oltre che un favolista): sull’edificio del 1603 chiamato appunto Rattenfänger Haus (Casa dell’acchiapparatti), ad Hamelin, è presente una lapide la cui iscrizione afferma che il 26 giugno 1284 (testualmente viene detto “il giorno di san Giovanni e Paolo, 26 giugno”) furono portati via dalla città 130 bambini nativi del paese, adescati da un pifferaio (Piper) in abiti sgargianti e scomparsi nel Calvario del Koppen.

Su cosa si intenda per “Calvario del Koppen” è stato a lungo dibattuto, poiché nessun luogo presso Hamelin si chiama così. L’ipotesi più accreditata è che si riferisca al massiccio dell’Ith, vicino al comune di Coppenbrügge, poco lontano da Hamelin. Sul massiccio si trova il monte Oberberg, dove ancora oggi è presente una foresta anticamente chiamata “Teufelsküche” (cucina del diavolo). In questo luogo di culto germanico, in epoca pagana, venivano celebrati sacrifici umani, rituali magici e sessuali al suono del flauto, e organizzati cene e banchetti, come testimoniato dalle antiche tavole di pietra ancora qui presenti (da ciò il nome del luogo). La descrizione di tali rituali su questa montagna risale a un certo pastore protestante Jacobi (non si conosce il nome di Battesimo) nel 1771, ed è inoltre riportata nel libro “Ithland, Sagenland” di Ulrich Baum pubblicato la prima volta nel 1987.

I bambini sarebbero stati dunque condotti in un luogo di rituali pagani per essere sacrificati, evidentemente. Il termine “Calvario” viene perciò utilizzato, nell’iscrizione della Rattenfänger Haus, sia per intendere il percorso periglioso che affrontarono, sia il sacrificio che venne fatto di loro.

Nella favola del 1812 apparsa col titolo “I bambini di Hamelin”, si citano la montagna Poppenberg e la località di Siebenbürgen dall’altra parte della roccia. Il primo nome può essere la storpiatura di “Koppenberg” (o Coppenbrügge), mentre il secondo è il termine tedesco con cui ancora oggi si intende la Transilvania, regione storica di cultura tedesca un tempo facente parte dell’Ungheria, e che dal 1918 appartiene alla Romania. Ancora, potrebbe essere la storpiatura di “Siebenbergen”, una zona a est di Hamelin. I bambini sarebbero dunque stati condotti a sud-est (o a est) della Germania senza più fare ritorno.

Esiste una versione più recente della favola che narra di come ad Hamelin, dopo la scomparsa dei bambini, tutti si rifiutassero di fare musica in segno di lutto. Il bambino zoppo, triste per aver perso i suoi compagni di gioco, si recò nuovamente sul luogo dove questi erano scomparsi e riuscì, suonando il piffero, a ricreare la fenditura nella roccia che si era aperta precedentemente al loro passaggio. Entrandovi e parlando col pifferaio, riuscì a convincerlo a far tornare i bambini a casa, e tutti vissero felici e contenti. Essendo questa una versione più recente della favola, è molto probabile che sia stata creata per darle un lieto fine e renderla fruibile da un pubblico infantile, anziché adulto come erano solitamente i lettori dei fratelli Grimm. Pertanto, quest’ultima versione del racconto non può essere considerata storicamente attendibile.

Secondo lo storico medievalista contemporaneo Bernd Ulrich Hucker, i fatti storici si sarebbero svolti piuttosto come narrato nella prima versione della favola e come si afferma nell’iscrizione della Rattenfänger Haus. L’autenticità storica dei fatti viene inoltre confermata nel libro “De miraculi sui temporis” di Hiob Fincel del 1556, nonché dalla copia in acquerello di una vetrata della chiesa che sorge sulla piazza del mercato di Hamelin (la Marktkirche St. Nicolai). La vetrata originale della chiesa è andata perduta, ma la copia dipinta da Augustin von Moersperg, e oggi custodita nel museo cittadino (Museum Hameln), raffigura dei bambini vestiti di bianco condotti via dal pifferaio. E’  probabile che il fatto sia stato così rappresentato all’interno della chiesa per far apparire come dei martiri (o beati) le vittime del malvagio acchiapparatti (ecco perché viene usato il termine “calvario”). Secondo i fratelli Grimm, la vetrata venne fatta collocare nella chiesa dal sindaco di Hamelin nel 1572, ma secondo altri è ancora più antica e risalente al ‘300, mentre la copia si sa con certezza che risale al 1592. Un’altra copia del disegno si deve invece al crittografo tedesco Hans Dobbertin, scomparso nel 2006.

Prima dei fratelli Grimm, altri letterati dell’Ottocento si interessarono alla vicenda: Johann Wolfgang von Goethe, il più grande poeta e scrittore tedesco di ogni tempo, scrisse nel 1803 (ben prima, quindi, del racconto dei due favolisti) la poesia “Der Rattenfänger” la quale, benché non citi la città di Hamelin, narra di un cantore (Sänger) che si vanta di essere un cacciatore sia di topi che di bambini, nonché un grande seduttore di fanciulle. Nel 1849 lo scrittore e poeta inglese Robert Browning scrisse la poesia “The Pied Piper” nel quale si narrano le stesse vicende, che però vengono fatte risalire al 22 luglio 1376.

La stessa Rattenfänger Haus, così chiamata per la sua lapide, si trova su una via chiamata Bungelosenstraße (Via senza tamburi) dove è proibito suonare e danzare. Per questo, i cortei che si trovano a passare di lì devono interrompere immediatamente la musica, molto probabilmente in ricordo del pifferaio magico che fece passare per quella strada i bambini (e in segno di lutto come nella seconda versione della favola).

Il fatto, dunque, lasciò un segno molto forte nella popolazione, tant’è vero che si legge nei documenti e registri cittadini che dopo quell’evento iniziò un nuovo computo degli anni nella città di Hamelin.

La Rattenfängerhaus di Hamelin.

A questo punto resta da chiedersi: chi era realmente questo fantomatico pifferaio e perché portò via i bambini della città?

Vi sono molte diverse ipotesi.

Il professor Jürgen Udolph, storico contemporaneo, ipotizza che in realtà i bambini fossero dei giovani migrati a est a scopo di colonizzazione (Ostkolonisation). Il pifferaio magico, dunque, sarebbe un cosiddetto “locatore” (Locator o Platzmacher), ossia una persona col compito di guidare verso nuove terre di insediamento una determinata popolazione, aprendo la strada al suono del piffero (der Pfeifer) o del tamburo (der Trommler). La zona colonizzata dai giovani di Hamelin, secondo Udolph, potrebbe essere quella di Hamelspringe, nel Land di Brandeburgo, il cui nome ricorda appunto quello di Hamelin (come “New York” che venne fondata dagli inglesi in ricordo della città di York in Inghilterra). In realtà, dunque, il riferimento alla Transilvania sarebbe solo indicativo di una zona generica che si trova a est rispetto alla Bassa Sassonia, dove i giovani si insediarono e da cui non fecero mai più ritorno nella terra natia (probabilmente spinti da un’epidemia di peste, portata dai topi).

Meno accreditata è l’ipotesi che i bambini (o giovani ragazzi) sarebbero capitati nella città di Almaș in Transilvania, come a lungo si è creduto. La favola potrebbe però essere un modo per spiegare la migrazione di alcuni giovani sassoni in Transilvania, fatto che avvenne nel XIII secolo.

Un’altra ipotesi, ideata attraverso quanto narrato dalla Cronaca di Erfurt del 1237 e dalla Cronaca di Maastricht del 1278, è che che i bambini vennero allontanati dalla città perché vittime di un’epidemia di peste oppure di encefalite, come la “corea di Sydenham” o “Ballo di san Vito”, il che spiega la loro danza al suono del piffero e il fatto che in una versione della storia un bambino sia zoppo, mentre in un’altra uno sia muto e uno cieco.

La quarta ipotesi è che il pifferaio, vestito di colori sgargianti, non fosse altro che un cacciatore. All’epoca, infatti, i cacciatori erano soliti vestire molto colorati per essere riconosciuti dai colleghi durante le battute di caccia e non venire feriti accidentalmente. Questo cacciatore, assoldato dai potenti Conti di Spielberg, nemici dell’imperatore che avevano la loro dimora vicino a Coppenbrügge, avrebbe condotto alcuni bambini cattolici in un luogo di sterminio (dove furono cioè sepolti sotto una frana) perché i genitori si rifiuravano di convertirsi al protestantesimo. Secondo il ricercatore Gernot Hüsam, il quale avanza questa ipotesi, i fatti sarebbero avvenuti non nel 1284, ma poco prima della costruzione della vetrata della chiesa Marktkirche, nel 1572, e della Rattenfänger Haus nel 1603, cioè all’epoca in cui in Germania imperversava la lotta tra cattolici e protestanti. Questo spiega il perché i bambini siano stati rappresentati nella vetrata come dei martiri cattolici, sacrificati cioè per la fede.

La quinta e ultima ipotesi è che i bambini fossero partecipanti a un pellegrinaggio o a una crociata. La storia farebbe dunque riferimento a una certa Crociata dei Bambini” che sarebbe avvenuta nel maggio 1212, e alla quale parteciparono dei giovani francesi e tedeschi. La spedizione, guidata da un ragazzo francese di nome Stefano di Cloys-sur-le-Loir, finì tragicamente: due delle sette navi che trasportavano i fanciulli affondarono, proprio vicino all’Isola dei Ratti in Sardegna, altro riferimento con la storia del pifferaio che fece affogare i ratti nel fiume Wesen. I superstiti, invece, furono venduti come schiavi, e nessuno fece più ritorno a casa. Tale evento, dato il mancato coinvolgimento dei partecipanti al conflitto in Terra Santa, non viene comunque annoverato dagli storici tra le otto Crociate storiche ufficiali.

La favola potrebbe altrimenti riferirsi a una crociata (anch’essa non ufficialmente riconosciuta) iniziata nella primavera dello stesso anno, guidata da un pastore protestante di nome Nikolaus che condusse alcuni fanciulli attraverso le Alpi.

Oggi, tuttavia, si pensa che il nome “Crociata dei Bambini” derivi da un’errata traduzione dal latino, e che il termine “pauper” (povero) sia stato erroneamente trascritto come “puer” (fanciullo, bambino): la “Crociata dei Bambini” del 1212 sarebbe dunque la “Crociata dei Poveri” che ebbe luogo dal 1096 al 1099, ossia la prima crociata ufficiale della storia.

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