LA CRISI DI LUGLIO 1914

Nel 1914 l’Impero Austro-Ungarico controllava i Balcani, esercitando la sua influenza sui territori di Slovenia, Croazia, Serbia e Bosnia.

Dopo l’attentato di Sarajevo avvenuto il 28 giugno 1914, nel quale l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, unico erede al trono austro-ungarico, venne assassinato a Sarajevo (capitale della Bosnia) da un dissidente bosniaco che lavorava per una società ultra-nazionalista serba, l’imperatore d’Austria – Ungheria, Francesco Giuseppe I, vecchio zio di Francesco Ferdinando, dichiarò guerra alla Serbia. Era il 28 luglio 1914.

La decisione fu molto sofferta: nonostante la grave perdita subita, Francesco Giuseppe aveva inizialmente paura di dichiarare guerra allo stato colpevole dell’omicidio perché temeva il coinvolgimento delle alleate di quest’ultimo, Russia e Francia, in sua difesa, e quindi la trasformazione del conflitto in uno scontro, se non mondiale, comunque di estensione continentale (e quindi europea).

Perciò, dai funerali di Francesco Ferdinando (3 luglio) alla dichiarazione di guerra dell’Austria (28 luglio) si ebbe quella che è passata alla storia come Crisi di luglio“, ovvero una serie di trattative lunghe circa un mese, da parte di tutti gli Stati del continente, per decidere sul da farsi e se fosse il caso di compromettere il delicato equilibrio presente in Europa – dovuto alle varie alleanze tra Nazioni – con una dichiarazione di guerra verso un Paese tutto sommato piccolo e di secondaria importanza rispetto ad altri Stati più grandi e potenti (appunto la Serbia).

Fin dagli anni precedenti, lo scoppio di una nuova guerra era sentito come inevitabile e del tutto prevedibile da parte di militari e politici, per via delle tensioni fortissime presenti in tutta Europa: Germania, Italia e Austria-Ungheria erano alleate nella Triplice Alleanza dal 1882, mentre Francia, Russia e Gran Bretagna erano unite a formare la Triplice Intesa dal 1907. A tutto questo si aggiungeva il fatto che la Russia, sebbene non ufficialmente, si sentiva in qualche modo in dovere di proteggere la Serbia e tutti gli Stati, come lei, di cultura slava e fede ortodossa, seppure non direttamente governati dallo zar.

Ciascuno Stato aveva timore dell’altro, e per questo aveva stipulato alleanze e si era armato e preparato a dover fronteggiare una guerra causata da un eventuale attacco nemico. Ed era noto a tutti che, proprio a causa delle alleanze che avevano costituito enormi blocchi a livello europeo, se il conflitto avesse dovuto scoppiare, avrebbe avuto proporzioni catastrofiche. Queste previsioni della prima metà degli anni ’10 troveranno difatti conferma, e il conflitto sarà appunto chiamatoPrima Guerra Mondiale“.

Tuttavia, l’Europa presentava dei sentimenti contrastanti: da una parte la guerra era vista come inevitabile, ma dall’altra si preferiva che tutto rimanesse immutato per paura delle conseguenze di un conflitto di tali proporzioni. Nessuno voleva prendersi la responsabilità di quello che sarebbe certamente stato un disastro per tutto il continente.

Prima della dichiarazione di guerra alla Serbia, quindi, Francesco Giuseppe decise di procedere cautamente e di consultare prima, tramite lettera, la Germania, con cui l’Impero Austro-Ungarico era alleato dal 1882 assieme all’Italia (Triplice Alleanza). Molto significativo fu il fatto che l’Italia, però, non venne interpellata dall’Austria, probabile segno di una scarsa fiducia verso questo Paese da parte dei suoi stessi alleati.

In Germania, da poco unificata, era sul trono l’imperatore Guglielmo II (Kaiser Wilhelm), cugino di primo grado dello zar di Russia Nicola II e del re d’Inghilterra Giorgio V. Il kaiser, mosso dagli interessi dei generali e degli imprenditori tedeschi (i quali prevedevano una maggiore probabilità di vittoria se l’inevitabile scontro in Europa fosse avvenuto in tempi brevi), assicurò all’Austria, per lettera, che la dichiarazione di guerra alla Serbia non avrebbe causato un coinvolgimento della Russia, di fatto non alleata con quel piccolo Paese slavo, e premeva affinché la guerra venisse dichiarata il prima possibile. Si aveva infatti paura, da parte dei generali tedeschi, che il possibile coinvolgimento di Russia e Francia – se fosse avvenuto – causasse anche l’intervento della Gran Bretagna, che dall’aprile del 1914 aveva intensificato le sue trattative con la Russia ed aveva anche stipulato un accordo navale con lo zar. Si temeva quindi che un ritardo nella dichiarazione di guerra permettesse ulteriormente ai nemici di rafforzare i propri armamenti.

Guglielmo II, inoltre, garantì anche il suo appoggio militare nel conflitto se l’Austria avesse deciso di armarsi ma, nel fare questo, preferì non consultarsi con il Parlamento, primo errore che gli costò il trono alla fine della guerra, quando le potenze vincitrici lo additarono come principale responsabile dello scoppio del conflitto armato in virtù di un comportamento democraticamente scorretto rispetto alla normale prassi di quegli anni. Ma non fu l’unico errore che commise; anzi, ne seguirono molti altri che portarono la Germania ad una situazione critica, facendo condannare l’imperatore Guglielmo all’esilio nel 1918.

Il 23 luglio 1914, dunque, sotto la spinta della Germania, l’Austria decise di inviare un durissimo ultimatum alla Serbia, nel quale si imponeva alle autorità serbe di arrestare tutti coloro che erano sospettati di aver preso parte all’attentato di Sarajevo del 28 giugno, di chiudere tutti i giornali e le associazioni che fomentavano l’odio verso l’Austria e di fare delle indagini sul territorio per scovare altri responsabili dell’attentato.

L’ultimatum, in realtà, presentava condizioni molto dure proprio per fare in modo che la Serbia non le accettasse: con la garanzia dei tedeschi del non coinvolgimento della Russia, gli austriaci volevano procedere con la dichiarazione di guerra, e la respinta dell’ultimatum serviva ad avere una sorta di “scusa” per dichiarare guerra senza assumersene la diretta responsabilità.

Tuttavia, inaspettatamente la Serbia accettò quasi tutte le condizioni e dette una risposta all’Austria già il 25 luglio, ma l’ultima condizione (l’ordine di indagine sul territorio) non venne accolta, e l’Impero Austro-Ungarico si vide costretto a dichiarare guerra alla Serbia il 28 luglio 1914. La data era molto significativa: si trattava proprio un mese esatto dall’attentato di Sarajevo.

La Russia, informata dell’accaduto dalla Serbia e dalla Germania, accusò l’Austria di voler distruggere il delicato equilibrio europeo con una dichiarazione di guerra, ben sapendo che dietro a Francesco Giuseppe vi erano le insistenze di Gugliemo II. Da tempo, infatti, nel continente come in Inghilterra, si sospettava che la Germania aspirasse segretamente alla dittatura in tutta Europa. Perciò, fin da subito, lo zar garantì il suo appoggio al governo serbo che gli aveva immediatamente chiesto aiuto dopo l’arrivo dell’ultimatum austriaco, e, contrariamente alle previsioni di Guglielmo II, iniziò la mobilitazione dei vari reggimenti (30 luglio). Questo costrinse anche la Germania a prepararsi alla guerra e ad avviare la mobilitazione delle sue truppe, seppure non immediatamente.

Anche in Inghilterra, saputo della mobilitazione della Russia, la flotta venne attivata per ordine di Winston Churchill, allora primo lord della Marina Britannica, in previsione dello scontro armato che stava per scoppiare.

Le preoccupazioni del governo inglese accrebbero poi quando, il 29 luglio, Gugliemo II e cancelliere tedesco Bethmann-Holweg scrissero una lettera a Londra informandola della loro intenzione, in caso di guerra, di voler invadere il Belgio (porto neutrale utilizzato dall’Inghilterra per i suoi scali e commerci col continente e garantito anche in caso di conflitto con la Francia) per poter combattere le armate francesi e porre fine al conflitto in pochissime settimane (piano Schlieffen, già stabilito dal 1905 in caso di guerra europea). Nella lettera venne assicurata nuovamente la neutralità del Belgio e la non intenzione di conquista di quest’ultimo da parte della Germania, ma ciò che indignò il governo britannico fu l’esortazione di Guglielmo II a non intromettersi negli affari riguardanti la Francia e a meditare una qualche alleanza con la Germania. Questo fu un altro grave errore dell’imperatore tedesco, dal momento che, considerate assurde e offensive tali proposte, l’Inghilterra, dapprima desiderosa di restare fuori dal conflitto europeo, iniziò seriamente a meditare di entrare in guerra.

Una volta appresa a Berlino la notizia del coinvolgimento di Russia e Inghilterra, questa causò immediatamente il panico generale, costringendo i tedeschi a fare un passo indietro e ad avvisare l’Austria, anche se in ritardo, di procedere cautamente. E così la Germania, inizialmente decisa ad avviare una guerra, per paura del coinvolgimento della Triplice Intesa si dimostrò per la prima volta titubante. Da parte sua, accusò la Russia di voler scatenare una guerra a livello europeo intromettendosi in una questione che riguardava solamente Austria e Serbia, e costringendo Francia e Inghilterra a schierarsi dalla sua parte.

 Dal 29 luglio al 1° agosto 1914, iniziò anche una fitta corrispondenza telegrafica tra l’imperatore Guglielmo e lo zar Nicola – cugini di primo grado – per aver maggiori ragguagli sulle intenzioni dell’altro. Ma tale corrispondenza non portò ad alcun accordo, poiché la reazione a catena instauratasi non si poteva più fermare: il 30 luglio Guglielmo II inviò un ultimatum alla Russia imponendo la sospensione della mobilitazione, pena lo scoppio della guerra. Lo zar non accettò le condizioni e, il giorno successivo, la Germania dichiarò guerra alla Russia (1° agosto 1914).

Non appena venne firmata la dichiarazione di guerra, tuttavia, l’ambasciatore tedesco, convocato a Londra, fece sapere a Berlino che esisteva la possibilità di neutralità da parte di Francia e Inghilterra se la Francia ed il Belgio non fossero stati attaccati. In particolar modo in Inghilterra, nonostante le intenzioni del primo ministro Gray, favorevole alla guerra, la maggioranza dei ministri erano contrari al coinvolgimento britannico, onde evitare di infliggere un danno al Paese per un affare continentale che non lo riguarda direttamente. Ma i piani di invasione tedeschi (piano Schlieffen) erano già stati decisi da tempo, e il generale Von Moltke, capo dell’esercito tedesco, si rifiutò di far retrocedere i suoi armamenti diretti verso il Belgio, azione che gli costò la radiazione dal comando.

La Germania, dunque, decise di procedere all’invasione della Francia non potendo ritirare le truppe che stavano marciando verso il Belgio. Il 2 agosto 1914 venne quindi inviato un ultimatum a quest’ultimo per far sapere al governo dell’invasione tedesca, e, come pretesto per non provocare l’ostilità del Paese, gli venne fatto credere che la Francia fosse intenzionata ad invaderlo e che la Germania avesse intenzione di condurvi le sue truppe unicamente a scopo difensivo. Il Belgio, tuttavia, respinse l’ultimatum, e il 4 agosto venne invaso dalla Germania.

La Gran Bretagna si vide così costretta ad entrare in guerra, suscitando l’indignazione di Guglielmo II che, non consapevole degli sbagli commessi, riversò la responsabilità delle ostilità sui suoi cugini, Giorgio V e Nicola II.

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