“BIONDO ERA E BELLO”

In questa pagina sono riportati alcuni versi del III Canto del “Purgatorio”, la seconda cantica de “La Divina Commedia” scritta da Dante Alighieri (1265 – 1321)

Il canto in questione narra dell’incontro nell’aldilà fra Dante (sempre accompagnato dal poeta Virgilio) con Manfredi di Svevia (o Manfredi di Sicilia), immaginato dall’Alighieri come un’anima che vaga per l’Antipurgatorio dal giorno della sua morte avvenuta nel 1266 per mano di Carlo d’Angiò, alleato del papa contro di lui. Essendo morto scomunicato, a Manfredi è negato l’accesso al Purgatorio vero e proprio, attraverso il quale gli sarebbe possibile giungere al Paradiso. Come punizione, è dunque obbligato a passare nell’Antipurgatorio un periodo di tempo corrispondente a trenta volte gli anni della sua scomunica, prima di poter accedere alle suddivisioni del Purgatorio chiamate “Cornici”.

In questa cantica si narrano le reali vicende storiche che videro protagonista MANFREDI (vai alla pagina a lui dedicata cliccando sul link, per conoscerle in dettaglio e sapere a cosa fa riferimento il poeta in questi versi). Dante le conosce molto bene in quanto assai rinomate durante la sua epoca, sebbene avvenute circa quarant’anni prima a quando è stato composto il poema (1300 circa). Non solo, ma vengono menzionati anche fatti, luoghi e personaggi storici legati a Manfredi: la battaglia di Benevento, nella quale Manfredi perse la vita; la nonna Costanza d’Altavilla, imperatrice del Sacro Romano Impero in quanto moglie di Enrico VI; la figlia di Manfredi, Costanza, che nel 1262 aveva sposato Pietro III d’Aragona; il vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli, che fece dissotterrare il corpo di Manfredi pochi mesi dopo la morte poiché, in quanto scomunicato, non aveva secondo lui diritto alla sepoltura che gli dette Carlo d’Angiò; il papa Clemente IV che aveva incoronato Carlo d’Angiò come re di Sicilia al posto di Manfredi poiché quest’ultimo si era rifiutato di sottomettersi alla sua autorità, e infine il fiume Liri, chiamato “Verde”, nel quale venne disperso il corpo.

I personaggi e luoghi storici realmente esistiti che vengono citati nel canto sono indicati in grassetto.

Questo canto è divenuto famoso per l’incipit “Biondo era e bello e di gentile aspetto” con il quale Dante descrive la figura di Manfredi.

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».

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